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Fratelli (Brat)

Nella playlist di questa settimana vi propongo un brano che vuole anche essere lo spunto per parlare di un po’ della Russia.

Dopo il periodo buio, direi praticamente della svendita e sottomissione all’occidente, seguita al crollo del comunismo, la Russia con Putin cerca di ritrovare una strada che la faccia ritornare la potenza che era stata solo fino a qualche anno prima. E’ difficile spiegare la pressione e lo stile di vita a cui sono stati sottoposti i russi per tutti gli anni ‘90, pressione che era identificata sopratutto con l’America di Regan e di Bush e il loro turbocapitalismo.E’ altresi difficile far capire come i Russi abbiano in Putin il simbolo di chi gli ha ridato un orgoglio nazionale ma sopratutto una vita normale.

Putin sarebbe diventato Presidente della Federazione Russa nel 2000 ma già verso la fine degli anni ‘90 c’erano degli indizi che questo sentimento nazionalistico stava rinascendo, e non come semplice nostagia dei soviet. Erana la rivendicazione di una identità nazionale che l’occidente voleva sempre più addomesticata ai suoi valori e ancor di più al suo capitale. Per questi motivi il film Brat, che in russo significa proprio “fratelli”, e il suo seguito Brat2 possono essere presi a simbolo di questo sentimento di rinascita.

Nel primo film, che ha vinto il premio speciale della giuria al Torino Film Festival del 97, Danila (nome maschile in Russia), in una Russia allo sbando, viene a Pietroburgo, dalla campagna, per cercare il fratello che nel frattempo è diventato un killer. Trovato il fratello, Danila lo segue negli scontri tra gang. Le scene di violenza nel film possono lasciare interdetti ma fanno parte della vita dell’epoca. Nel secondo film Danila va a riprendere il fratello addirittura negli Stati Uniti.

Danila in realtà rappresenta tutti i russi che vogliono una vita degna di essere vissuta, un vita che riporti l’ordine dove il vento dall’occidente aveva aperto voragini sociali di dimensioni inimmaginabili per noi europei. Danila non è un nostalgico non parla di politica direttamente, non rifiuta l’occidente come fonte di tecnologia o di pacifica coesistenza, lui rifiuta che la musica commerciale, alla Britney Spears per capirci, cantata in russo o meno diventi LA musica nella sua terra, rifiuta che il denaro diventi il metro di ogni cosa; ma sopratutto vuole che i russi stessi tornino ad essere un paese unito.

Comunque per rimanere legati all’argomento principale di RadioRock.to in entrambi i film le colonne sonore troviamo cantanti o gruppi di notevole valore a partire dai Nautilus Pompilius (Krilia “ali” in russo: “dove sono ora le tue ali che tanto amoavo?”) che scrivono praticamente tutti i pezzi del primo film, gli Aquarium (bellissima Gorod – “città”), i B2 (bitva – “lotta” in russo) che sono in playlist.

Se un russo leggesse ora queste righe non credo sarebbe contento se non ricordassi l’attore principale di Brat, Sergei Bodrov, che sebbene sia morto giovanissimo, è ancora amatissimo in patria, e non solo per il film che spero vorrete vedere al più presto.

Tom&Jerry

Leggevo su internet un interessante articolo riguardante il giornalismo musicale. In breve si affermava che il giornalismo musicale stampato stava perdendo colpi rispetto a quello piu’ veloce e interattivo reperibile con una semplice ricerca su un motore di ricerca. Nello stesso tempo pero’, proprio per salvare i giornalisti, si invitava le redazioni ad usare di piu’ il mezzo elettronico ed in particolar modo ci si augurava che in un prossimo futuro un “magico portale” potesse unire recensioni, commenti sulle recensioni, vendita on line. Un sito che per esempio che sia un Pitchfork, oppure una Lala, oppure un MBVMusic, all’ennesima potenza.

Avere un database che collega giornalista, artista, album, canzone e chi piu’ ne ha piu’ ne metta e’ una classica idea che puo’ portare ad un mare di traffico (internet, chiaramente). In fondo vista la produzione sterminata a volte e’ effettivamente difficile trovare la chicca. Dovrebbe, pero’, essere evidente come raccogliere le recensioni non significhi fare informazione, analizzare un fatto, ma semplicemente concentrare in un punto quello che prima era disperso. Ma disperso per chi?

La dimensione globale e illimitata delle informazioni in Internet puo’ anche dare alla testa, cosa che viene amplificata dai motori di ricerca.

Ma e’ la dimensione locale che non deve essere dimenticata a scapito della valanga di informazioni. La scrematura delle notizie che a livello locale puo’ essere fatta e’ essenziale per non perdersi nella rete. Localmente, nelle miriadi di sfumature della propria lingua, un sito come RadioRock.to puo’ fare la differenza tra subire l’informazione e partecipare all’informazione: e scusate la modestia.

Mi piace pensare che anche se Google dovesse diventare sempre piu’ fonte di ricerca, anche se Amazon sempre piu’ monopolio della carta stampata, Facebook regno dei rapporti interpersonali, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, che anche se tutte queste cose si avvereranno, vorrei (vorremmo) lavorare affinche’ chi segue RadioRock.to abbia il piacere di interagire con i podcaster, con questi blog e con tutte le novita’ che potranno arrivare in futuro. Se catalogare e/o recensire tutto e’ un impresa ciclopica per una manciata di, permettetemi il termine, artigiani come noi, scovare, trasmettere, recensire senza sconti per nessuno e’ possibile ed e’  quello che vorremmo farvi arrivare; se come conseguenza arrivano delle critiche, ogni critica e’ la benvenuta perche’ le semplice statistiche del sito non possono darci l’umanita’ che voi con un messaggio sul Guestbook, su Facebook, su un podcast o su questi blog potete darci.

Ed e’ questa l’enorme differenza tra raccogliere informazioni ed essere disposti a presentarle in prima persona, con te che leggi, per esempio. Una cosa non troppo lontana dalle chiacchiere tra conoscenti, amici, appassionati di musica ma nemmeno troppo vicina al dilettantismo; due chiacchiere come magari potrebbe fare Frank Zappa, per esempio…..

Fu nel 1967, un giorno che ero al Manny’s Musical Intruments di New York mentre fuori pioveva, che incontrai un tipo minuto, bagnatissimo. Si presento era Paul Simon. Disse che quella sera voleva invitarmi a cena a casa sua e mi lascia l’indirizzo. Promisi che sarai andato. A casa sua lo trova a carponi a quello che doveva essere uno stereo Magnavox, lo stesso che “Il Ballerino” del Sun Village amava tanto. Teneva l’orecchio attaccato alla cassa e stava ascoltando un disco di Django Reinhardt. Poco dopo senza motivo apparente, anuncio’ che era seccato poiche’ quell’anno aveva dovuto pagare 600.000 dollari di tasse. L’informazine non richiesta mi fece pensare a cosa avrei dato per INCASSARE 600.000 dollari. Quanto dovevi guadagnare per pagare tante tasse? Poi arrivo’ Art Garfunkel e iniziammo a parlare. Era tanto tempo che non suonavano dal vivo e stavano parlando dei bei tempi. Non capii subito che una volta si chiamavano Tom&Jerry e che avevano avuto successo con Hey, schoolgirl in the second row, cosi’ la buttai li’: “Be’, posso capire il vostro desiderio di tornare a suonare dal vivo. Vi faccio un offerta… Domani sera suoniamo a Buffalo; perche’ non venite li’ e ci faete da spalla come Tom&Jerry? Non lo diro’ a nessuno. Prendete la votra roba, uscite sul palco e cantate Hey, schoolgirl in the second row o comunque solo roba vechia, niente Simon and Gurfunkel”. L’idea piacque molto, promisero che sarebbero venuti. Aprirono il concerto come Tom&Jerry, poi noi suonammo il nostro repertorio e, una volta ai bis, annunciai al pubblico: “Vorrei fare uscire di nuovo i nostri amici”. Uscirono e fecero Sound of Silence a quel punto tutti capirono che trattava degli unici, irripetibili, magnifici, SIMON&GARFUNKEL. Dopo il concerto, mentre andavo via, una donna educata mi apostrofo’: “perche’ l’hai fatto? perche’ hai preso in giro Simon&Garfunkel?”, come se avessi fatto uno scherzo crudele. Ma cosa cazzo credeva che fosse successo? Che quelle due STELLE fossero capitate li per caso e che noi gli avessimo COSTRETTI a cantare o OOO-BOPPA-LULLU-BA’-LEI-E’ MIA!?

“Frank Zappa – L’autobiografia”

Certamente possiamo dire che il blues e’ sempre stato il volto profano dell’anima mentre il gospel è quello spirituale. In questo caso John Scotfield e’ ben lontano dal blues di Hendrix o di Stevie Ray Vaughan ma anche dai suoi classici passaggi jazz. Questo non vuole essere un album sperimentale, e’ un album di classici della tradizione gospel americana, un disco che si potrebbe ben suonare nelle chiese battiste americane, degli alleluia cantatti a piena voce e che riempiono le navate tutto intorno ai fedeli. John Scotfield ha le radici e l’esperienza necessaria per registrare un album qualcuno potrebbe dire religioso, ovviamente, non nel senso cattolico della parola; e’ con l’esperienza che lo firma e lo arricchisce con leggeri e preziosi passaggi jazz che fanno di questo CD una gioia per le orecchie e una bella sorpresa sia per chi ama il gospel che per chi vi troverà uno Scotfield diverso dal solito.

Il disco inizia con la gioia irrefrenabile di That’s Enough, e dopo la melanconia di Motherless child la gioia di avere Jesus accanto,  l’allegria di It’s A BigArmy riporta tutto a posto.

His eyes is on the sparows e’ un classico della canzone gospel, ma e’ inutile parlare delle emozioni che parole come “I sing because I’m happy, I sing because I’m free” possono dare a chi crede ma e’ bene ricordare che anche chi non crede puo’ trovarsi a intonare queste parole tanto e’ il trasporto. In Something got a hold on me, che e’ stata di Etta James, di George Pitney, di Hank Williams tanto per citarne qualche intereprete, ritroviamo il chitarrista piu’ jazz, sul modello Robben Ford per internderci. The old ship of Zion e’ un’altro classico passato per la voce di Etta James. E poi Ninety Nine and a Half (Wilson Picket, Dr. Feelgood, i Creedence Clearwater Revival con altre parole ma con lo stesso senso, “Ninty-nine and a half just won’t do, I got to have a hundred“), Just a little while to stay here, su questa Terra, per internderci, Never Turn Back, Walk with me e gli altri pezzi che compongono il disco valgono la pena di tenere a mente il titolo per la prossima volta che “uscite a fare la spesa” e magari comprate anche una bottiglia del vostro vino preferito, apparecchiate la tavola per la cena, accendete lo stereo e godetevi la serata con chi piu’ amate.

E se non vi ho convinto io lasciate che lo faccia John Scotfield in persona e dalla sua Piety Street Band

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